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Galleria Mario Berrino Alassio, Italia

"Citta Degli Artisti"

Group exhibition curated by Nicola Bigliardi

Galleria Mario Berrino Alassio, Italia

July 10th - 24th 2026


Ogni opera possiede una storia, ma prima ancora possiede un luogo. Un luogo dove le persone si incontrano, discutono, ritornano e si influenzano a vicenda, senza sapere fino a che punto quei gesti finiranno per lasciare traccia nel loro lavoro. Mario Berrino aveva intuito tutto questo con la naturalezza di chi non separa il proprio mestiere dal mondo in cui vive: dipingeva, e nello stesso tempo contribuiva a costruire uno spazio in cui l'arte poteva continuare a nascere e a svilupparsi. Così Alassio, il Caffè Roma e il Muretto sono diventati molto più che semplici luoghi della sua biografia, sono entrati a far parte di una vicenda culturale che ha attraversato generazioni di artisti, scrittori, musicisti e attori: grazie a Mario Berrino, Alassio è diventata una città per gli artisti.

È un risultato che vale la pena sottolineare, soprattutto in un momento storico in cui gli spazi dedicati alla ricerca artistica sembrano restringersi e l’arte rischia spesso di essere considerata un’esperienza marginale, più vicina all’intrattenimento che a una forma di conoscenza. Eppure gli artisti continuano a offrire qualcosa di essenziale e vitale: la possibilità di guardare il mondo da prospettive inattese, di mettere in discussione ciò che appare ovvio e di immaginare forme nuove attraverso cui interpretare il presente. Mario Berrino lo aveva intuito con grande lucidità: fare di una cittadina un luogo per gli artisti significava creare uno spazio aperto alla curiosità, al confronto e alla libertà del pensiero. Significava anche costruire, attraverso il loro sguardo, l’identità stessa della città, un patrimonio simbolico destinato ad appartenere a tutta la comunità.

Questa idea attraversa molti dei gesti con cui Berrino ha contribuito a definire l’immaginario di Alassio. Fra questi, uno mi ha incuriosito più degli altri: l’aria di Alassio venduta in barattolo nel 1953. 


È un gesto in cui convivono un’intuizione bizzarra e un fiuto squisitamente commerciale, ma da cui affiora anche una riflessione di carattere innanzitutto estetico, inteso nel significato originario del termine (aisthesis), ovvero l’esperienza del mondo attraverso i sensi, prima ancora che una riflessione sulla bellezza. 

In questa prospettiva, ogni luogo possiede un’aria tutta sua, come sappiamo bene ogni volta che ci spostiamo o viaggiamo. E per aria non intendo soltanto quella che si respira, ma quella che si percepisce, si avverte: fatta di luce, di mare, di odori, di voci, di incontri, di ricordi, di tutto ciò che rende un luogo unico e diverso da qualsiasi altro. Quel barattolo sembra voler custodire proprio questo, un'atmosfera, un carattere, una presenza invisibile che appartiene a un luogo prima ancora che alle cose che lo abitano, e riletto oggi richiama inevitabilmente opere nate pochi anni dopo quel gesto, come Fiato d'artista di Piero Manzoni o le Zone de sensibilité picturale immatérielle di Yves Klein, dove il respiro, il vuoto e l'invisibile entrano anch'essi a far parte dell'arte.

Un'arte che Mario Berrino esercitava instancabilmente e prolificamente nella pittura: il mare, le barche, i moli e la luce della Riviera vi ritornano di continuo, fra i suoi soggetti più amati, ma ogni dipinto cerca soprattutto di trattenere quell'aria che rende un luogo riconoscibile prima ancora del suo paesaggio fisico. Ecco perché, a quindici anni dalla scomparsa di Mario Berrino, riunire cinque artisti nella galleria che fu la casa della sua arte assume un significato particolare. È come se quell’aria di cui si parlava tornasse, ancora una volta, a essere respirata.  

Ciò che accomuna Mario Berrino a Fiedler O Mastrangelo, Saverio Bonelli, Alessandra Risi Castoldi, Pierfilippo Gatti ed Ettore Marinelli, più che un linguaggio condiviso o una comune ricerca tematica, è quell'atmosfera creativa che Berrino ha contribuito a costruire e che continua ancora oggi a fare di Alassio una città degli artisti. Ogni ricerca procede in una direzione autonoma, ogni opera nasce da esperienze, sensibilità e linguaggi differenti, eppure l'eredità di Berrino risiede innanzitutto nella capacità di un luogo di continuare ad accogliere artisti, di metterli in relazione e di offrire, ancora una volta, lo spazio perché qualcosa possa prendere forma.


Nel dettaglio, la ricerca del duo Fiedler O Mastrangelo (Nicolas Fiedler e Giulia Mastrangelo) si muove sul confine fra parola e immagine, fra gesto pittorico e linguaggio. Le parole non precedono l’immagine, né il segno si limita a tradurle. Attraverso un processo aperto e privo di un progetto prestabilito, scrittura e pittura si costruiscono reciprocamente: le catene di parole suggeriscono il gesto, mentre il segno ne modifica continuamente il significato. L’opera prende forma proprio in questo dialogo performativo, in cui linguaggio e pittura condividono lo stesso spazio senza mai perdere la propria autonomia.

Saverio Bonelli lavora tra due registri solo apparentemente opposti. Da un lato, i massi scolpiti restituiscono la gravità del linguaggio: lettere e frammenti di parole affiorano dalla pietra come se il tempo le avesse sedimentate nella materia, rendendo visibile il peso fisico e simbolico della comunicazione. Dall’altro, i disegni, costruiti con un segno essenziale, quasi naïf, e accompagnati da brevi frasi, introducono uno sguardo ironico e disarmante. In entrambi i casi, Bonelli mostra come il linguaggio non sia soltanto uno strumento per comunicare, ma anche una materia da modellare, capace di oscillare tra profondità e leggerezza.

Nelle opere di Alessandra Risi Castoldi protagonista indiscussa è la pittura. Il colore si stende con una forza fisica che si avverte ancora prima di essere compresa, e ogni gesto conserva l’energia del momento in cui è stato compiuto. Il paesaggio, spesso quello del Perù, terra d’origine dell’artista, rimane un riferimento riconoscibile, ma diventa soprattutto il luogo in cui la materia pittorica può esprimere tutta la propria vitalità. Le radici si espandono come pennellate dense, l’acqua scorre con la libertà del colore, la vegetazione cresce sulla tela seguendo il ritmo del gesto pittorico. Più che descrivere un paesaggio, Risi Castoldi ne restituisce la forza generativa, affidando alla pittura il compito di rendere visibile un mondo in continua trasformazione.

Pierfilippo Gatti costruisce le proprie opere a partire dal disegno, che diventa il luogo in cui immagini e simboli dell’iconografia medievale vengono isolati e ricomposti. Croci, aureole, oro, colombe, mandorle, seni e rimandi liturgici non sono riproposti come segni di devozione, ma utilizzati come elementi visivi sottratti al loro significato originario e aperti a nuove possibilità di lettura. La grafite, insieme alla delicatezza dei materiali, all’essenzialità della composizione e all’assenza di uno spazio realistico, conferisce alle immagini un’atmosfera sospesa e contemplativa. In questo equilibrio tra segno, materia e vuoto, la tradizione non viene citata o riprodotta, ma rielaborata come un linguaggio ancora capace di interrogare il presente.

Le sculture di Ettore Marinelli sembrano chiedersi quanto poco basti perché una forma resti riconoscibile. Bastano poche linee, un’inclinazione quasi impercettibile, un equilibrio sempre sul punto di rompersi, e all’improvviso appare un animale, un corpo, un movimento, una tensione. Il bronzo conserva i segni della fusione, le superfici non sono mai del tutto levigate e la materia porta ancora con sé la memoria del processo che l’ha generata. È proprio attraverso questa progressiva sottrazione che le forme acquistano precisione: ridotte all’essenziale, riescono a evocare molto più di quanto mostrino. Come si sarà intuito da queste righe, le ricerche degli artisti in mostra seguono percorsi diversi. Cambiano i linguaggi, i materiali, i temi e le domande che ciascuno porta con sé. Cercare corrispondenze puntuali significherebbe ridurre la complessità del loro lavoro. Ciò che li avvicina è piuttosto la possibilità di continuare a respirare quell'aria che Mario Berrino ha contribuito a costruire attorno ad Alassio: un'atmosfera creativa fatta di incontri, di scambi e di libertà, capace ancora oggi di accogliere ricerche profondamente diverse senza costringerle dentro un'unica direzione.


È forse questo il modo più autentico di ricordare Mario Berrino. Un'eredità non vive nella ripetizione di uno stile, nella fedeltà a un linguaggio o nella ricerca di somiglianze, vive quando continua a creare le condizioni perché nuove immagini, nuove idee e nuovi incontri possano nascere. L'aria di un luogo, in fondo, non appartiene mai a una sola persona: continua a circolare, cambia insieme a chi la attraversa e, proprio per questo, continua a rendere possibile ciò che non è stato ancora immaginato.

Nicola Bigliardi

Lagunas mentales, Tierra Devastada 2026, oil on canvas, 160x130cm

Rio Interior mini 2026, oil on canvas, 20x25cm

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